lunedì 4 agosto 2014

Involucri dimenticati


Natale.

La gioia di vivere esplode nelle case con l'intensità delle bombe su Gaza.

Quel meraviglioso periodo dell'anno in cui famiglie intere si riuniscono intorno ad un unico desco, pronte ad accoltellarsi d'amore.

«Che magia che sprigiona il Natale!» pensa, giulivo, lo scassinatore, accingendosi a forzare il portone dell'abitazione di un'ignara famigliuola, che – per il santo giorno in cui Gesù bambino è stato sgravato – ha prenotato una tavolata da 30 coperti nella chiccosa e rinomata trattoria “Da Mario ir sudicio”.

Il natalizio ritrovo, unico nell'eleganza e nel gaudio dei commensali, già incomincia a mostrare la peculiarità del suo splendore.
Cuginetti ululanti di giovin tumulto che scorrazzano intorno a vecchie zie, adornate di chincaglieria spolverata da cassetti d'anteguerra, che rimproverano maternamente i rispettivi figli, ormai cinquantenni, che guardano languidi i culi delle cameriere, che volgono uno sguardo di compassioni alle mogli dei relativi, che al mercato mio padre comprò.

Nuore, suocere, cognati, zii, mariti, figli, amici di amici di amici.
Un potpourri generazionale e genealogico - di menti e di idiozia - si sazia di portate monumentali, che sfamerebbero il Sierra Leone.
Una bocca unta addenta grasso d'oca, che cola sul di colei mento; due mani, freneticamente, richiamano l'attenzione del capitavola, affinché un surplus arrivi anche da loro, pronte a ingozzare il proprietario che le sventola vistosamente.

Ma la cosa che più di tutte scorre nell'esofago di quei facoceri all'ingrasso è il vino; il sangue di cristo; il mestruo della Santa Vergine Maria, che si fa bere a litri.

Ubriachi per alleviare il peso di tanti parenti tutti assieme, sorridono al triscugino, posto al proprio fianco, ebeti, e felici che il suono stridulo della prozia, arrivi ovattato, in fondo alle proprie orecchie.

L'alcool, il balsamo della sopravvivenza.

Le risa, le urla, i gran richiami di tanta comunanza risuonano vivi e quasi gioiosi, in un Natale come tanti, simile ad altri che si sono ripetuti e che si ripeteranno, forse identici.

In un angolo, però, vicino alla porta d'emergenza - sulla quale una pioggia battente ritma i secondi di questa umida ricorrenza - coperto - nella parte inferiore - da un plaid scozzese, è parcheggiato un vecchio.

E' a pochissimi passi da questa tavolata che ha visto spartirsi numerose eredità, e che, presto, cercherà di accaparrarsi anche la sua.
Tuttavia, nessuno lo nota, adesso che l'anatra ripiena è atterrata in mezzo al cotante leccornie.

Si guarda le unghie, ormai diafane, attaccate ancora saldamente a una ragnatela di pelle in eccesso.

Non ha fame.

A poco a poco, infatti, quei piaceri terreni che lo facevano sentire vivo, che lo facevano sentire un uomo, l'hanno abbandonato, uno ad uno.

Il primo è stato il desiderio sessuale e l'ultimo, ad andarsene, è stato quello del palato.

Quindi, adesso, lo spettacolo a cui è costretto ad assistere - parenti goduriosi, grondanti di unto - gli provoca la reazione che, probabilmente, hanno gli eunuchi quando gli si mostra un porno di Sasha Grey.

Lo ha lasciato anche quella voglia innata, che hanno taluni vecchi, di essere scontrosi, per qualsiasi cosa; quel residuo di forza vitale e taurina dell'età giovanile.

Non sa più quanti anni ha e, sinceramente, non lo so neppure io.

Sa solo di essere dimenticato, inutile, vuoto.

Lo legge nell'indifferenza di chi lo tiene in casa solo perché spera in un aumento cospicuo della percentuale di eredità; negli sguardi,
che lo oltrepassano senza vederlo, dei familiari; nelle penetranti smorfie di disgusto che lo colpiscono, se il suo vecchio, e plurinovantenne, sfintere decide di cedere, anche 'sta volta.

L'unica cosa che lo tiene ancora inchiodato a questa Terra, a questa vita che - anch'essa - pare l'abbia dimenticato, è la buona e forte fibra, che un tempo aveva; e quella sedia a rotelle, senza la quale non saprebbe neppure stare in piedi, per più di due passi.

Una cariatide che fa paura ai più piccoli quando cerca di avvicinarli  per elemosinare un po' di misero affetto, come lo farebbe un cane malandato; un vecchio che racconta sempre le solite tre storie agli astanti, non perché gli piaccian tanto, o perché crede siano rappresentative della sua esistenza, ma perché sono le uniche che si ricorda ancora nitidamente; le uniche in cui la nebbia lattigionosa della vecchiaia ancora non abbia avuto idea di farci il nido per poi proliferare.

Non reagisce più a niente, né quando giochi di scherno lo colpiscono al volto, senza alcun ritegno, né quando è oggetto di accuse, od offese.

La stanchezza l'ha vinto, l'unico sentimento che ancora riesce a domarlo è la profonda amarezza.

Anche ora , quando guarda la pioggia battente, sui vetri, mentre butta un occhio al convivio dei parenti, anche ora ha quel triste sguardo che aveva Bambi. Solo che Bambi, adesso, è la nuova portata, il nuovo animale morto arrivato al desco del parentado.


Fa per dire qualcosa.

Non si capisce.

Nessuno lo sente.

Lo urla più forte con tutto il fiato, ma l'articolazione delle parole continua ad essere approssimativa.
Stavolta, però, la voce arriva a destinazione.

La tavolata si gira, in silenzio , stupita.

Lui non ripete la frase, si limita a ricambiare lo sguardo e a sorridere, estasiato da questo attimo di attenzione tutta sua. Li guarda con occhi opachi, un tempo vivaci.

«Il nonno è stanco» si rizza in piedi uno dei presunti parenti «avanti, nonno, adesso ti porto in macchina, così te ne stai tutto tranquillo e in silenzio, eh?»

Lui non obietta, annuisce solo, affranto.

La mandria affamata, tranquillizzata, riprende da dove aveva interrotto. Il cibo.

Nel breve tragitto dall'uscita alla macchina il nonno ha freddo. Alza lo sguardo, le grosse gocce lo infradiciano in un tempo irrisorio.

Apre la bocca "Forse se la riempio di acqua riesco ad annegare", pensa.

Speranzoso.


1 commento:

  1. Ti invidio, io non riesco a scrivere nulla di così lungo.

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