sabato 26 aprile 2014

Una Pyombyno in fumo

Si parte, ci si muove, si va all'università, si fugge.

Facendo le valige, pronti ed impauriti, per il primo semestre di prova d'indipendenza, qualche fuorisede si sbilancia, lasciandosi andare ad affermazioni forti e cariche di odio e ostilità verso la propria cittadina di origine.
<<Non mi vedrete mai più>> sbuffa il diciannovenne frustrato, tra i denti, mentre prende il treno che lo condurrà verso un nuovo capitolo della sua vita.
Molti di coloro che partono, "costretti", in prospettiva della conquista del diploma di Laurea, considerano, però, il distacco più doloroso che altro; ciò che andranno ad affrontare sarà solo la parentesi che li terrà lontani dalle loro radici, dal loro territorio, da situazioni ripetitive ma che li fanno sentire in un Cocoon, protetti, dalle ali delle loro madri e dalla familiarità dei loro posti.
Tuttavia, vi assicuro che, in mezzo a questa mandria di malinconici, terrorizzati dal cambiamento, c'è una ristretta enclave di risentiti, di ragazzi che mentre guardano fuori dal loro finestrino, dondolati da un treno che odora di fumo e fabbrica, coltivano, dentro di sé, un sentimento più acre che altro.

Io, 5 anni fa, ho fatto 3 grandi valige, piene di libri, vestiti, piene di tutto.  Ho girato il mio colloso culo e me ne sono andata, sputando un colossale <<Spero che moriate tutti male, luridi stronzi; spero che questa cittadina muoia, razza di bastardi>>.
La mia città non mi aveva dato molto. L'amavo, perché aveva il mare, ma la salinità della gente mi aveva fatto venire sete di altro, tutta quell'aridità scavava e non dissetava.
L'ho sempre vista, come una città fantasma, i cui abitanti, privi di sentimenti, come dissennatori, mi rubavano la linfa vitale.
Mentre me ne andavo via, 5 anni fa, la guardai e dissi <<Meriti di spegnerti>>.

Qualche giorno fa il mio desiderio -scaturito da un incontenibile richiesta di vendetta, per due vite, la mia e quella di mio fratello, che non avevano ricevuto il dovuto riguardo- è stato esaudito.

Piombino si è spenta. L'altoforno, senza più fondi, senza più alcun finanziamento, come se non avesse più alcuno scopo, ha emesso l'ultimo sibilo, l'ultimo fiato, come un gigante stanco a cui non gli si da più di che cibarsi.
Il tumore che feriva la mia grigia, triste, città giace ancora lì, inerte.
La feriva, emettendo fiamme e fumi inquietanti, di colore post-apocalittico; ma la nutriva, nutriva i suoi abitanti, che odiavano quel mostro lugubre che si mostrava imponente e imperturbabile all'entrata della città; quando varcavi le sue porte, avevi l'impressione di avere messo piede nella terra di Mordor, o
, gettando lo sguardo verso il centro, che un libro di Dickens avesse trovato il modo di tradursi, nel XX e poi, successivamente, nel XXI secolo.
Nessuno è più interessato a lui: troppi debiti, troppe incombenze. Escludendo il suo aspetto, oramai, è attraente quanto una vecchia megera che tenta ancora di prostituirsi, sperando di raccimolare qualcosa, per andare avanti.

Non credevo che potesse mai davvero accadere e, quando mi è giunta la notizia, la nuca ha visto la sua peluria drizzarsi, insieme al raggelarsi del mio sangue. Mi sono sentita in colpa, come se quel desiderio recondito, che ho alimentato per tutti questi anni, potesse aver avuto conseguenze effettive, alla conclusione dei fatti.

Quel che accadrà, pare superfluo ricordarlo, ma sottolinearlo è quasi un dovere.
Padri di famiglia; uomini trentenni che aspiravano a diventarlo;ragazzi; chiunque orbitasse intorno a quel grande altoforno ha visto spegnersi, insieme al suddetto, anche il proprio futuro, i propri sogni, sfumati, insieme all'ultima nube di scorie prodotta. Non avranno avuto sogni di gloria di chissà quale rango. Chi è rimasto là, ha imparato a non puntare troppo in alto, ha ridimensionato i propri sogni, plasmandoli con realismo.

Ma questo non li rende inferiori ai miei.

Sono padri di famiglia di ragazzi/e che ho odiato, detestato e che mi hanno regalato un'adolescenza di emarginazione. C'é da dire che altri sono sconosciuti, amici, fidanzati, padri, mariti di ragazze con le quali, in fin dei conti, ho avuto un buon rapporto.

Le rate dell'Università rimarranno insolute. I mutui non si prosciugheranno soffiandoci sopra, né, tanto meno, le bollette del gas si risolveranno, dando fuoco a qualche ebreo.
Gli obiettivi, le poche speranze, che già si erano imparate a ridimensionare, svaniranno, circoscrivendo il tutto alla mera sopravvivenza.

Piombino- circondario compreso- è una città orribile perché ha fatto morire mio fratello; l'ho sempre considerata la colpevole della morte di un innocente. Così come ne sono responsabili i suoi abitanti. E' una città che ha coltivato, a forza di indifferenza e inedia, la mia tristezza, il mio cinismo, il mio disprezzo per il prossimo, è quella che ha forgiato la corazza difensiva che mi porto con fatica addosso.
E' una città alla quale, tuttora, dico, sebbene con meno furore e frustrazione: <<Non tornerò più da te, mi spiace>>. La mia vita so che sarà altrove.  Non so ancora bene dove. Ma non lì.
Ho imboccato una via il quale sbocco so non essere quel promontorio bellissimo, suggestivo, che si affaccia sull'Isola d'Elba. Tuttavia, a quell'imperativo categorico, usato a mo' di monito verso me stessa, con il tempo ci ho aggiunto un 'mi spiace', perché gli anni e la lontananza, e in qualche senso, quel latente, sporco e sottocutaneo senso di appartenenza, mi hanno insegnato ad amarla.

Piombino è la morte di mio fratello, è vero.
Ma a Piombino ho anche amato.

Piombino ha un tumore interno, che non è tanto l'acciaieria quanto l'ipocrisia dei suoi abitanti, ma ha un mare fantastico.

E poi, se Piombino muore, io con chi me la posso prendere?!
Il capro espiatorio mi serve vivo, se muore non c'è più gusto.



lunedì 14 aprile 2014

Coito ergo sum

Ci sono dei giorni in cui la musica non basta mai; non basta mai e non è sufficiente.
Non c'è un pezzo che ti descriva, non c'è una melodia che sia quella giusta.
Non è il blues, quello risolutivo, né il jazz; Dylan non arriva fino all'osso, Cohen ci arriva fin troppo e scava, fa male.
Vuoi solo qualcosa che ti tranquillizzi ma che ti faccia riflettere, che scuota.

Il suono della mia voce mi infastidisce, quella degli altri mi irrita più che mai.

Alla fine, nella perenne indecisione musicale, punto su Cohen, come sempre.

I nervi si quietano; i tic smettono di cadenzare il tempo con così imbarazzante frequenza; il battito rallenta.

Rimane, imperterrita, però, questa costante sensazione di nausea pervadente. Non è curabile con un semplice Plasil, così come il tamburellare delle tempie non passerà rimanendo sdraita su questo letto, in posizione fetale, al buio, nel silenzio dei propri pensieri.

Cohen, con la sua voce graffiante e grave mi coccola e rimprovera, la sua musica mi fa piangere, istintivamente. Mi parla delle mie inconcludenze e delle mie insicurezze. Lo specchio è troppo lontano, ma ci intravedo, riflesso, un esserino ranicchiato e sofferente. Gli chiedo cosa ha da rimproverarsi, ma sento che, replicando, mi sputa addosso, con rabbia e disperazione, troppe cose, troppi argomenti, infinite diatribe partorite da un cervello che lavora con labirintica ingegnosità.

Alza la testa, adesso, quel groviglio di carni, coperte e lacrime, e mi guarda.
Che c'è? Che vuoi da me?
Mi risponde con un singulto, non più capace di argomentarmi con sufficiente cognizione cosa lo crucci. Sono convinta che se gli dessi la possibilità di scomporsi in infiniti tasselli di puzzle, dandogli arbitrio di cambiamento, il risultato sarebbe l'autodistruzione, lo smembramento del puzzle stesso.
Ogni tassello sarebbe destinato ad essere sostituito, finendo, però, anch'esso per non soddisfare a pieno le aspettative.



Stupido essere piangente e inutile, chi sei?

"Sono solo il risultato di un coito fortunato."

lunedì 7 aprile 2014

Pre-esamination

Occhi sbarrati, spersi, gira per le strade senza meta. La vita, quella vera, è solo un mero ricordo del passato; una pallida chimera del futuro, irraggiungibile, ormai perso.

Si sente svuotato, senza più prospettive, questo povero essere, frutto di una società che lo ha riempito di valori, nozioni e che, poi, resasi conto della sua inutilità, della sua inadempienza a doveri cui non è all'altezza, lo ha abbandonato.

Si sente così questo individuo che ciondola da un lato all'altro del marciapiede. I suoi piedi si trascinano senza più voglia. Lo scopo ultimo è procacciarsi del cibo. Ovunque. Non ha fame, ma sa che, se dovesse mancare a questo appuntamento con il corpo, quest'ultimo cederebbe, sotto la debolezza delle membra, oltre che della mente.

Prende il panino, lo sceglie casualmente dal bancone. Senza fame, senza voglia. Lo mangia ma non ne sente il sapore. La percezione sempre più pressante della sua inettitudine lo sta sfamando, e, al tempo stesso, logorando, sfibrando e distruggendo.

E' lo studente universitario, quello sotto esame.

Quello studente-o studentessa- la cui sudorazione sa di nicotica e caffè. Da una settimana ha ormai abbandonato l'idea di lavarsi, accarezzando l'ipotesi di lasciare davvero tutto e tutti, per diventare “giramondo”.
Non ha più amici. Loro la cercano e lei rifugge dalle loro attenzioni, come un goblin che guarda con oscuro terrore alla civiltà.

L'ansia la percuote, mentre l'emicrania si insinua tra le nozioni apprese con fatica e dedizione.

Adesso, finalmente, lo sa. Doveva fare il gelataio.
"No, no, no, ma che dico! Cos'altro mi piaceva fare da piccola? L'addestratrice di pulci circensi! Perché diavolo non ho seguito i miei sogni?!?"

In questo frangente, se la dovessero mettere di fronti ai suoi libri di testo, si sentirebbe come Eluana Englaro messa alla prova di fronte a un semplice problema elementare. Non propriamente stupida. Vegetale, piuttosto.

Si guarda intorno. Ha percorso a malapena 500 metri per doversi nutrire, avendo finito, nella sua dimora, la scorta di radici e licheni. Ma quei 500 metri sono tanti, troppi. La luce è troppo forte, le macchine sono troppo rumorose e, poi, è intimorita da questi strani essere bipedi che scorrazzano tutto intorno a lei. Ha letto sui libri che si chiamano “persone”.

Chiude la porta alle sue spalle, finalmente, al sicuro.

Ricorda di essere stata felice, ma è una rimembranza che sembra non appartenere alla sua vita.

Abbandona il suo sporco corpo sul quello sporco giaciglio. “Avrò tempo di pulirmi solo quando tutto questo sarà finito”, assercisce, annuendo con sguardo da folle.

Sta per placare la sua ansia, quando la coinquilina 'X', impavida quanto sprovveduta, si affaccia alla camera, adombrata da tapparelle schermitrici di un mondo esterno spensierato, e pronuncia la frase con cui, le leggende narrano, si è formato il Maligno: “Ma, alla fine, quando ce l'hai l'esame?”.

Un colpo di rivoltella.

Poi il nulla.

[Considerazioni ultime: secondo me Meredith aveva chiesto, ad Amanda Knox "Quando ce l'hai l'esame?"]

mercoledì 18 dicembre 2013

Le Feste.

Arrivi, infreddolita, al portone. Il campanello suona e tu, frettolosamente, sali a due a due gli scalini, mentre cerchi di indagare, dentro te stessa, cosa ti aspetti da questa serata.

Entri. Ti godi, docilmente, la festa.

Poi, Musica.

Il suono vibra calmo nello orecchie, deciso e sublime. Ti alzi, muovi il tuo corpo e decidi di assecodarla, questa musica, dando, a quella melodia, un percezione visiva. Alzi il viso verso un'aria irrespirabile che sa di fumo ed ubriachezza, ridi e ispiri forte la tua sigaretta; un'aria che pesa come piombo, nei tuoi polmoni, pregna di corposità. 

Le feste nascono da una necessità di condividere un aspetto del proprio vivere, trasmettendo, nel pieno del proprio significato, il momento di cui si vuole rendere partecipi gli altri. Birra e fumo sono le spezie di cui ci cibiamo, sperando che l'alcool bevuto, e il fumo inspirato, renda le nostre anime più visibili all'occhio dell'interlocutore che, a sua volta, brandisce una birra dozzinale.
Tabacco e felicità effimera, che vogliamo spacciare come reale e tangibile.

Labbra violacee di vino e sguardi appannati riempono visi gaudenti e abbandonati a piccoli microcosmi, creati artificialmente, per il desiderio di voler sfuggire a impegni prefissati.

Nella mia stessa, eterna, recita di ragazza felice e spensierata, però, mi domando come non riesca ad essere me stessa come quando ho del vino in mano.

Sto parlo di me, ma in realtà le mie parole, alla fin fine, potrebbero provenire dalla bocca di chiunque.

Dovremmo vivere da ubriachi, cosicché le nostre mani e i nostri occhi possano sempre parlarsi davvero, senza filtri.

lunedì 16 dicembre 2013

Uno schiaffo

.E' inizio settembre, la calda stagione del divertimento sta quasi per vedere la sua fine, ma, se giocata bene, un ultimo, emozionante, colpo di reni lo può ancora regalare.
Ragazze facili sculettano gloriose per il centro, pronte a svendere cosce nude, esposte al vento, lunghe o grasse che siano. L'odore di un febbricitante autunno, che vuole incominciare ad affacciarsi, si mostra, di tanto in tanto, con una folata di vento più fresca; così le ragazze percepiscono che l'estate è agli sgoccioli e affrettano la loro peculiare raccolta. C'è chi è più brava e il punteggio massimo lo ha già raggiunto. Le più timide sono rimaste indietro.
<<A te chi manca ancora?>> Chiede una, confrontando con l'amica l'album di preservativi usati che ha conservato con perizia.
<<Questo è di Giorgio, quello della 5C che ora entra all'Università.
Poi ho Davide, lo vedi? E' questo preservativo fruttato, sai, lui è così Indie.
Però – noti questo spazio vuoto? – questo era riservato a Luca. Ma non me l'ha ancora appoggiato, col fatto che ora si è fidanzato, sai...>>
<<Capisco, dai che troviamo un sostituto.>>

Le gare dell'amore, la gioia dello scopare.

Sole, Mare e Gioventù truccata male.

Posteggio il motorino, le cosce appiccicate alla plastica del sellino che, lentamente, si staccano con un suo viscido, mi fa sentire ancora più sudata e a disagio con me stessa.
Mentro salgo le scale un pessimo incrocio tra una pantegana e un cane mi viene incontro, scodinzolando. La mia sensazione di nausea sale.
Stranamente, però, quest'oggi, non ci sarebbe motivo alcuno per cui debba essere triste; una classica giornata estiva tra amici, tuffi e giochi serali, in un gruppo unito.
Solita giornata felice. Soliti scherzi tra noi. Soliti amici. Soliti. La noia fritta in salsa di monotonia, alla lunga.

Salgo nella zona letto, immersa nella notte fonda. E la malinconia sale con me. Un senso di oppressione e stanchezza. Voglia di cambiare tutto in un istante, di dare una svolta a questi giorni e il terrore di non poterlo fare perchè, oramai, si è alla fine dell'estate. E con essa sta finendo tutto.

Mi metto a piangere disperata, senza un apparente motivo logico.
Prendo una penna e incomincio a scrivere, affranta, vaghi pensieri confusi.
<<Tra pochi giorni, 6, per la precisione, compirò 18 anni. Avrò raggiunto la maggior età, con essa sarò giunta al termine della mia giovinezza. Ho vissuto senza essermene accorta. Alla fine sono ancora qui, inchiodata in un posto di merda, a fare cose di merda, in una vita di merda. La mia vita, il culmine che poteva raggiungere l'ha già raggiunto, ma ero impegnata a guardare altrove>>
La mia mano scorre veloce su questo foglio bianco, presa da convulsioni angoscianti che mi esplodono da dentro. Ogni parola di sconforto che scrivo , più la imprimo in questo quaderno a quadretti, più mi sembra reale, convincente. Allora continuo, presa da un raptus di verità, in cui mi rendo conto di aver perso la gioventù.
Piango i miei giorni migliori che non ho mai vissuto, perché mi sono resa colpevole di non aver dato loro ossigeno. Piango e sono vittima di me stessa.

*Zot* Un rumore fulmineo colpisce l'interno della mia stanza.
Smetto di piangere, non capendo bene cosa sia successo, continuo a singhiozzare sommessamente, impaurita e turbata
, fino a che sento una mano che si posa sulla mia spalla.

Mi giro e nella penombra vedo una figura familiare.
<<Chi diavolo sei?>> Chiedo, indispettita.
<<Sono Federica. Sono venuta per parlarti>>
<<Cioè, sei me?>>
<<Si. Sono te tra 6 anni.>>
<<Ma hai più tette!>> Dico, toccandomi le zinne con stupore e fissando le sue.
<<Si, gli ormoni e il tempo, son venute più grosse, come vedi. Ti piacciono?>> Chiede, con una punta di soddisfazione, soppesandole con cura.
<<Sono venuta- dice, sedendosi sul letto, fissandomi negli occhi- per dirti che, sinceramente, non capisci proprio un cazzo.>>
Mi asciugo i rimasugli di lacrime sull'angolo dell'occhio e sbuffo <<Ma che dici? E poi allora vuol dire che anche tu non capisci un cazzo!>>
<<No, vedi. C'è una sostanziale differenza. Vedi, io sono diventata una cazzona, certo, ma per adesso nessuno è ancora venuto dal futuro a darmi che non capisco un cazzo, al limite giungerà per darmi dell'inconcludente, cinica e malvagia. Ma non per dirmi che non capisco un cazzo. Tu, invece, amica mia, sei proprio la classica testa di fava.>>
<<E perchè?>>
<<Perché, dopo aver passato una giornata fantastica come questa, devi trovare il modo per rovinare tutto, facendoti seghe mentali, sterili, per altro, che ti portano a piangere come una inutile ragazzina cui è stato fregato sotto il naso l'ultimo singolo di Justin Bieber.>> -  <<E chi è Justin Bieber? >> - <<Lascia Perdere, è un bene che ancora tu non sappia chi sia, mi fa sperare sul fatto che puoi ancora salvarti e diventare una fantastica persona.>>
<<E lo diventerò?>> - <<Mh-No. Continuerai ad essere una demente di prima categoria, però avrai un certo stile nell'esserlo.>>
<<Ma come faccio a smettere di piangere? Odio tutti, Piombino fa schifo, sono stata sgravata in un buco pieno di persone insulse, la scuola è pessima e i professori sono degli incompetenti.>>
Scoppia in una colossale risata, mi giro intorno, nessuno nella casa pare si sia ancora accorto della presenza di un'Estranea, e incomincio a supporre che sia tutto frutto della mia mente spossata.
<<Ascolta. Queste cose le continuerai a pensare fino a quando avrai vita, credo, oramai. Accettale, disprezza tutti, ma con il sorriso, che tra 2 anni sarai all'università e festa finita.>>
<<Due anni? Ma io sto per incominciare la 5°. Un anno, quindi!>>
<<Ehm... Si, certo, un anno.>>

Ho ancora un tremito che mi turba, verticalmente, misto a singhiozzi repressi e malessere interiore, sento di aver vissuto chiaramente una vita di merda, fino ad adesso, ma come riuscire a farlo capire a 'sta tipa che, ora, fa la splendida?

<<Ma poi mi sento già vecchia. Ti rendi conto? Ho già 18 anni, la mia vita mi sta sfuggendo tra le dita e io non la fermo. Non sono ancora niente. Sono sola, abbandonata e incapace; con Pietro*Daremo alla suddetta cotta un nome di fantasia, come fanno i giornali quando muore una minorenne* le cose non sono andate bene e io sono ancora innamorata e poi...>>
*Sbam* uno schiaffo violento mi percuote il volto.
 <<Ma che cazzo fai, STRONZA?>>
<<Stronza? RINGRAZIAMI, DECEREBRATA. Hai 18 anni, minchia. Vecchia? Ma sai una sega te.>>
Cerca di darmi un altro schiaffo. Lo sento arrivare, alza la mano con un ghigno spietato, mi scanso in tempo, dicendo <<Ma stai calma! E poi tu non ti ricordi bene i drammi esistenziali-adolescienziali perchè non li stai vivendo da vicino, per te sono un ricordo lontano, invece io sono ancora nella merda fino al collo.>>

Sta diventando sempre più collerica, glielo leggo nel rossore del volto che mi guarda incattivito. Mi punta un dito contro :<<Ora lo scandirò bene: TU. NON. SEI. VECCHIA. Questa estate è stata bella e quando la ricorderai, tra qualche anno, riprenderai le foto in mano dicendo -Perchè non me lo sono fatto buttare da questo che me lo voleva dare come se non fosse suo?-
Ti sei presa una cotta per 'sto tipo per cui ti assicuro, tra qualche anno non te ne fotterà meno di zero. E NON SEI INNAMORATA. E non stai soffrendo. E' solo una bizza isterica di ormoni in quanto vuoi sganciare una verginità che ti sta scomoda,
quindi smettila di scrivere minchiate su un tipo che manco te s'incula, inoltre tra non molto arriverà davvero chi ti farà innamorare e quella sarà un'altra storia. Chiaro?>>
I suoi occhi si illuminano speranzosi : <<Davvero? E chi è lo conosco? Giovanni mi dice che la persona giusta è dietro l'angolo, sai, lo dice sempre. E con 'sto tipo ci stai ancora?>> La sua voce si trasforma in un grido di gioia.
<<Ecco, dì a 'sto Giovanni di stare nel suo. Il punto non è se ci sto ancora o non ci sto ancora. Il punto è che sei una bimbaminkia del cazzo che ha sfracassato le palle con tutte 'ste manfrine sullo stare male e sul 'tutti-mi-odiano-e-il-mondo-fa-schifo'. Hai ragione, il mondo è pessimo, ma, per piacere, cresci e vedi di non farmi vergognare di essere stata te, nel passato.>>


Si alza, facendo per andarsene. Poi si gira, guarda quella ragazzetta con ancora gli occhi arrossati, che la fissa spaurita e :<<A parte questo, devo dire che a differenza di tutte quelle altre troiette, stai mantendo un minimo di dignità intellettiva.>>

Sta per svanire nell'aere, così come è venuta, dal futuro -o dai fantasmi di un folle mente che ha le proprie  porte spalancate verso l'oscuro- quando alla bimbaminkia le viene in mente una curiosità da chiedere: <<A
SPETTA! Un'ultima cosa.>>
Il fantasma si gira, lentamente: <<Dimmi.>>
<<Ma, alla fine, ti sei laureata?>>

Solo un lampo d'odio sfavillò da quello sguardo ambiguo e truce. Poi il nulla.


lunedì 2 dicembre 2013

Meta-Scrittura: Scrivere sul piacere di scrivere (come farsi una sega al pensiero di farsi una sega, 'nsomma)


I maschi hanno una simpatica sacca chiamata scroto, produce in continuazione dei curiosi girini bianco/trasparenti, detti spermatozoi, tutti, potenzialmente, possibili vincitori di un trofeo che chiameremo 'ovulo'; corrono tutti insieme, in una sfrenata corsa per la conquista del suddetto.
Miliardi di miliardi, partecipanti a una comptizioni che li vedrà perdere in massa. Lo scroto, pur liberandone una quantità infinita, ne continua a produrre tantissimi, riempiendo nuovamente la succitata sacchetta conteniva in un tempo incredibilmente breve, retaggio di un mondo primitivo in cui, a quanto pare, si scopava tanto, con un grande e unico scopo: impregrare e riprodursi, impregnare e riprondursi, senza fine.
Unica eredità di un mondo antico, mentre, nello stato odierno delle cose, gli istinti primitivi sono ridotti, o comunque incanalati, nei giorni della setttimana in cui LuiNonHaLaPartitaDiCalcetto & LeiNonHaLaSedutaDiCazzateSettimanaliSparateConLeAmiche. Poi arriva il venerdì, lei non ha il ciclo, a 'sto giro, lui dall'eccitazione si strappa i peli pubici preso da un attacco di virilità nascosta, ma mal esplosa, e le sussurra con voce tremante <<Cara. Se non sbaglio oggi è il giorno della settimana consacrato al rigirarti come un calzino, sbatacchiarti contro l'armadio e mostrare, con i nostri urli, ai vicini, quanto sia palpitante -e zampillante, dato poi come andrà a finire- d'ammmòre per te>>.
Lei sbuffa, messa al muro dall'impossibilità di poter usare la Suprema Arma del mal di testa, di cui ha abusato troppo, questa settimana.
Non le resta che aprire le gambe ed annoiarsi per la successiva mezz'ora.

Ecco, Lui, il povero tipo che è in ognuno di voi, speranzosi di dar sfogo alla vostra fontana fecondativa, Lui è disperato perchè DEVE far uscire quello che ha dentro, è fisiologico. Sta nella sua natura di PoveroCristo.
Se, ipoteticamente, quell'essere immondo che continua a chiamare 'compagna', anche questa sera, avesse deciso di non dargliela, lui sarebbe dovuto correre in bagno, di nascosto, in tarda serata e, con mano lesta ma delicata, dare sfogo, come ogni sera, personalmente, a quel profluvio di amore sprecato.

Perché sto narrando questa pratica che suonerà, credo, orribile, alle vostre orecchie?
Perché è lo stesso che provo io quando scrivo. E' lo stesso motivo per cui sento il bisogno di scrivere. Dalla mia penna non escono fuori spermatozoi galoppanti, ma inchiostro pronto a bagnare la carta. Non scrivo per il gusto di rileggermi, non sono così tanto edonista, se così fosse suppongo mi basterebbe guardarmi nuda allo specchio. Scrivo perché come l'uomo che avendo, letteralmente, le palle piene sente il bisogno di dare sfogo al suo piccolo amico, così io sento il bisogno di liberare la mia mente.
Che io scriva bene o male questo non fa differenza, provavo già gusto nel farlo quando, quattordicenne, scrivevo boiate immense, spacciandole, tra i miei amici immaginari, come grandi saggi motivazionali su come affrontare la vita.
Poi arrivò MSN, al qual account potevi collegare un tuo personalissimo blog, nel quale liberavo la mia vena creativa che, per quanto mi ricordi, andava decisamente tagliata. [Non ringrazierò mai abbastanza il Sig. Internet per aver deciso di eliminare, tempo addietro, completamente, dall'esistenza e dalla memoria dell'etere, tutte quelle gabbie cybernetiche dove tante vite insignificanti (tra cui la mia) raccontavano la loro esistenza inutile, convinte che tutta quella merda, vomitata in byte, avesse del valore intrinseco.]

Dicevo.

Scrivere.

Tenevo quaderni disordinati assomiglianti a diari, dei quali mi servivo per dare un'etichetta e una colocazione alle mie idee. Seghe mentali di una liceale che cercava di essere profonda; il risultato definitivo era confuso: concetti importanti espressi male, che cercavo di adattare alla realtà circostante. Capivo di avere dei problemi, perciò, per semplificarli, li arrangiavo al contesto, immaturo, patetico, sgraziato, come solo può essere lo sfondo dello spettacolo al quale sta recitando un'adolescente che vive in una città di periferia. I miei scritti, di conseguenza, avevano lo stesso tono sfumato, banale; cercavano di rendere il di più, l'angoscia interiore, quella cosa che sentivo che mi contraddistingueva e mi rendeva dissimile alle altre bestie con cui dovevo rapportarmi.
Però poi rileggevo il tutto ed era sempre una Fiera del Sentimentalismo, svenduta al peggior quaderno preso in sottocosto alla Coop. L'orrore.

Per anni non ho più scritto niente, se non sporadiche righe. Se non che, due anni fa, ho raggiunto la pubertà della scrittura. Il ragazzino, una volta raggiunta questa fase, sente il disperato di bisogno di masturbarsi, alcune volte convulsamente; io ho sentito il bisogno di vomitare parole, pensieri.
Continuo a farlo. Scrivo ovunque, su fogli volanti, sul quaderno apposito che cerco di portarmi dietro sempre, ché mi sia d'aiuto quando, all'occasione, mi viene in mente qualcosa da appuntare.
Non ho la pretesa che quello che scrivo adesso sia migliore di quello che scrivevo 7-8 anni fa; certo, ci spero, ma non è questo il punto. Non è all'autocelebrazione cui aspiro.
Per quanto mi riguarda, e per quanto ne so, posso essere ancora molto vicina alla linea sottile che mi separa dall'analfabetismo. Il mio interrogativo è un altro: cosa mi spinga a scrivere così disperatamente.
Non mi basta il 'cerchi di imprimere qualcosa di te negli altri, perchè, così facendo, esorcizzi la morte, di cui hai tanto paura'. Boh, mi sa tanto di cazzata new age come risposta.

Dietro a chi scrive e lo sa fare, o per lo meno ci prova, secondo me c'è molto di più della gioia nel vedere piccoli discorsi di senso compiuto che prendono forma, come dei figli , tra le proprie mani. Piccole frasi che diventano creature vere, che colpiscono chi legge; che si muovono sul foglio bianco e, improvvisamente si colorano, prendono nella mente le forme più variegate, a seconda di cosa tu voglia far fantasticare. Sei il burittanio della fantasia, che, in quel momento ha il potere di plasmare l'immaginazione dell'altro, per condurlo dove tu vuoi. Lo scrittore prende il lettore per mano, e lo conduce nel tunnel dell'oscurità, dell'angoscia, della malinconia, o, semplicemente nel linguaggio della comunicazione.

Sotto l'epidermide dello scrittore, che tu sia una bimbaminkia che prova a riempire di 'cose' dei quaderni , o che tu sia un'universitaria con disturbi comportamentali, c'è il desiderio di comunicare.
Il bisogno di palesare ciò che fino ad allora si è celato di noi, l'aspetto più recondito che, nel momento di rapportarsi vis à vis, nel mondo, non ci sentiamo capaci di mettere a nudo. Allora torniamo a casa e, frustrati da questo senso di incompletezza che è il non riuscire a comunicare veramente, rigurgitiamo i nostri pensieri, la nostra misantropia, l'odio puro verso il prossimo, la nostra inadeguatezza, il rimpianto di un amore perduto, la paura di morire, il terrore di vivere, il sentimento dell'autodistruzione. Qualunque cosa sia, se la sentiamo pulsare dentro, deve essere riversata, per impedire che marcisca.

Scrivere è un modo per tendere una mano a se stessi, quando si sente che si sta per scivolare nell'oblio, e salvarsi.

giovedì 14 novembre 2013

Un muro bianco

Ti alzi malvolentieri, la mattina, ti chiedi: perché doverlo fare?
Certo, c'è la tesi. Certo, c'è l'ultimo esame. Certo, ho imbastito mille progetti che devono trovare collocazione precisa, in un futuro prossimo.
Guardo il soffitto, mentre mastico ancora un po' di saliva rafferma, nella mia bocca. Non vedo un cazzo perché sono pressoché cieca, mavvabbè.
Fa fatica alzarsi tutti gli stramaledetti giorni ad un'ora decente; d'altra parte non alzarsi significa abbandonarsi tutto il giorno al senso di colpa di non averlo fatto e di aver sprecato una giornata potenzialmente produttiva, un tempo avevo una coscienza che mi diceva quando studiare, quanto farlo e mi rimproverava a dovere se non portavo a termine gli obiettivi ripromessi.
Era il periodo in cui macinavo esami, era quella fase in cui bevevo giusto perché gli amici alle feste mi mettevano un bicchiere in mano, una lattina stappata, mi davano una pacca sulla spalla per incoraggiarmi a brindare a qualunque cosa ci fosse da brindare; poi arrivava lui, in bicicletta, mentre dal Polo stavo tornando a casa, e mi raccoglieva un po' barcollante ma allegra, mi diceva “sei un'imbecille”, mi dava un bacio e mi faceva salire sul sellino, appoggiata alla sua spalla, per non farmi cadere.
Mi alzavo tutti i giorni abbastanza presto, non che non fosse difficile, chiariamoci, ma il vuoto dentro era più colmo di convinzione che di disincanto.
Andavo a lezione già stanca, cappuccino con gli amici, full immersion su pagine ingiallite di archivi bibliotecari e poi la sera a mensa; la tessera, allora, non l'avevo ancora persa, i pasti erano decenti, il prezzo accessibile. Le giornate erano più corte perché FACEVO.

Adesso guardo il soffitto per una mezzora lunghissima, tutte le mattine.
Mi alzo, alla fine mi alzo sempre, anche se spesso accade per un semplice bisogno fisiologico da espletare, che diventa pretesto esso stesso per un “Oramai sono in piedi, mi faccio il caffè”.
Mi faccio una doccia rigeneratrice, alcune volte fredda, se la sera prima ho bevuto troppo, cosa che mi ricordano le tempie che pulsano forte, come dei bonghi a Parco Sempione.
Adesso non c'è nessun amico che mi passi la birra, nel tentativo di convincermi. Io stessa vado dal pakistano, ne chiedo una a due euro. Non so quando ho incominciato a credere che una Crest potesse farmi passare il malessere, riempendo il vuoto con liquido alcoolico.
Prima piangevo di più. Prima urlavo il dolore con più forza, ora mi limito a serrare le mascelle, scaricando la tensione ascoltando la musica.
Prima le lacrime sgorgavano con insistenza solcando avidamente le guance, ora non riesco neppure più ad aprirmi, se una persona mi abbraccia dicendomi “Sfogati, avanti!”. Rimango immobile, avvizzita, inerme davanti alla mia incapacità di confrontarmi con un dolore essiccato, talmente inaridito da aver rovinato le pareti del mio corpo dall'interno.
Il bicchiere di birra è diventato di vino, surclassato poi da quello di vodka: bruciare il dolore dall'interno, idratando con il liquore quella cavità essiccata, inibendo la sensazione di impotenza davanti a questo vuoto che non so più come colmare.
Di illusioni non lo voglio più riempire.


Prendo la tracolla piena di libri ed esco. I libri sono 5, 4 sono di lettura, un unico di studio, che forse neppure oggi toccherò, concentrandomi su argomenti che non competono il mio ultimo, fottutissimo, stramaledettissimo esame. Il mio autosabotarmi sta diventando ridicolo anche agli occhi di me stessa, che conosco – per sommi capi – il motivo per cui lo sto facendo.
La sera ritorno a casa, cazzeggio, mi sdraio sul letto, gioco al pc, poi mi rimetto a fissare il soffitto, con la musica alle orecchie, niente boiate sul “chi sono” “dove vado” “perché esisto”, che, però, diciamolo, sono boiate che ci siamo domandati un po' tutti, chi con il tono da bimbominkia, chi cercando se stesso in un autore russo, che scrive seghe mentali, tante come se dovessero sfamare i bimbi del Burundi; solo un semplice “Che cazzo sto facendo? Che cazzo mi è successo?”, 'nzomma, pur sempre cagate esistenziali messe in forma differente.
Ho sempre costruito i miei fantomatici, inutili, progettuali castelli in aria, con il sorriso di chi ci crede, adesso il sorriso non ha motivo di esserci, eppure c'è, mentre continuo a guardare un fottuto muro bianco, senza motivo.
Un tempo studiavo con passione, mentre la sera, salendo le scale di casa sua gli raccontavo un aneddoto figo, imparato leggendo documenti scartabellati.
Poi è calata la voglia. Lasciandolo andare è sfuggito il senso di cosa stessi facendo, come se, raccontandolo a lui, le mie parole fossero più reali, come se, fargli percepire la passione per quello che studiavo, fosse un modo per rendere orgogliosa me stessa. 
Forse ho studiato usando come forza propulsiva i motivi sbagliati. Eppure era così bello attenderlo alla porta, per fargli entrare il mio buonumore nel cuore.
Forse quello che mi manca è proprio la condivisione.

Alzo lo sguardo, il muro bianco è sempre lì.

Aspetta!
Non è completamente bianco, ci sono tre minuscole macchioline rosse! Sono le zanzare che hai schiacciato con i miei libri, al soffitto, una sera d'estate, esasperato dall'invasione aerea.
Mi hai macchiato il mio splendido muro bianco, metafora della mia esistenza senza senso e senza direzione, stronzo!
Ora mi toccherà imbiancare con il rullo...

Cristo, meno male ti ho lasciato.